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Quella nostra casa sfitta

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Mia figlia, operatrice al campo nomadi di Trento, ci aveva detto che una famiglia di 7 persone (genitori con 5 ragazzi) dopo una lite violenta con un’altra famiglia aveva dovuto abbandonare per sempre, il campo di Ravina. Ora si trovavano a girovagare per il Veneto chiedendo ospitalità nei vari campi nomadi senza trovarla.

In quel periodo si era liberato un nostro appartamento poco distante da Trento, grande, proprio adatto per loro. Nostra figlia ci proponeva di darlo in affitto a questa famiglia attraverso la Cooperativa che gestisce il campo nomadi, assicurandoci che era una delle famiglie più affidabili in quanto i ragazzi o lavoravano o frequentavano volentieri la scuola dell’obbligo anche con successo.

Io, ma soprattutto mio marito, pur sentendo forte il desiderio di aiutare una famiglia in difficoltà temevamo che il suo inserimento in un condominio per le diverse abitudini di vita, potesse portare dei problemi anche gravi nei rapporti con le altre famiglie e, quindi, eravamo orientati a dare una risposta negativa.

Alla sera mi sembrava di essere abbastanza serena, perché pensavo che in fin dei conti era stato mio marito a prendere la decisione definitiva e lasciavo a lui la responsabilità. Però, quella notte, non riuscivo a prender sonno: pensavo a questa famiglia in una roulotte fredda, sola, lontana da parenti e amici e sentivo forte che era Gesù che soffriva in quei fratelli e che aveva bisogno di una casa. Ho capito che non potevo dire di no!

Immediatamente i miei timori svaniscono. Decido di riparlarne con mio marito al mattino seguente e provo dentro una grande pace e la sicurezza che tutto andrà bene.

Al mattino è mio marito stesso che affronta il discorso: gli racconto quello che è successo nel mio cuore. Vedo che capisce e dopo un po’, senza esitazioni, mi dice: “Allora, se è così, diamo la casa in affitto a questa famiglia”. Lo comunichiamo ai nostri figli: che festa nei nostri cuori!

Immaginiamo la felicità di tutti, in particolare della bimba più piccola, bellissima e tanto desiderosa di andare a scuola. E così in brevissimo tempo stipuliamo il contratto con la cooperativa sociale per un periodo di prova, con affitto inferiore a quello di mercato e la famiglia entra nell’appartamento.

Quasi ogni giorno un operatore si reca da loro per supportarli moralmente e materialmente nella nuova realtà. Sono contenti: i bambini vanno a scuola e sono bravi, il maggiore trova un lavoro.

In primavera rinnoviamo il contratto perché tutto va bene. All’assemblea condominiale una ragazza sottolinea la loro cortesia. Noi pensiamo con speranza al futuro di questa famiglia, unita, dignitosa e rispettosa degli altri; ci auguriamo che trovi attorno una società aperta che la faccia sentire parte di sé.



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